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                  <text>Abbiamo pensato di proporvi storie, come sguardi parlanti, per farvi compagnia nelle passegiate reali o virtuali attraverso il paesaggio vicentino.  &#13;
L'idea nasce da Culturit Venezia in occasione della collaborazione per la realizzazione della storia "1887 Altovicentino DOC". Grazie a Isabel Elmi per il coordinamento, a Alice Fraccaro per la proposta grafica e a Marco Piazzolla per i montaggi audio. </text>
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              <text>LA LEGGENDA DI BEPPINA E NICOLA DAL SASSO,   DETTI  BETTINA E NICOLETTO – Parte prima&#13;
&#13;
La storia non dice con precisione quando e come a Lusiana iniziò l’arte dell’intreccio della paglia. Sappiamo però con certezza che l’attività del “fare dréssa” e “fare capèi” ebbe inizio nel territorio collinare e pedemontano, compreso tra i due fiumi, Il Brenta ad est e l’Astico a ovest, probabilmente verso la metà del 1600. &#13;
Ci piace però, volendo riferirci alle origini del lavoro d’intreccio della paglia di frumento, citare una simpatica composizione, scritta in versi ad opera dell’ abate Francesco Sartori, pubblicata nel 1857, dove con chiaro intento celebrativo, l’autore crea una storia di tipo sentimentale-avventuroso allo scopo di suscitare, valorizzare ed elogiare l’iniziativa, la creatività e l’intraprendenza dei suoi paesani che si spendevano in questo lavoro lungo e laborioso per costruire maggior benessere per le loro famiglie.&#13;
La leggenda narra le disavventure cui vanno incontro due giovani innamorati, Bettina e Nicoletto, osteggiati nei loro sogni dalle loro differenti condizioni sociali.  &#13;
Lei, figlia di un benestante di Lusiana di nome Rocco, lui povero legnaiolo, si amano ma il padre di Bettina è contrario alla relazione tra questi due giovani, anche perché ha già promesso in sposa la figlia a un certo Cencio, uomo benestante, ma rozzo e violento.&#13;
Un giorno, verso il tramonto, Bettina si trova alla fonte tutta sola soletta, quando sente dei passi: è Nicoletto che scende dal monte. Il giovane si avvicina e con sguardo triste la informa accorato di ciò che è venuto a conoscenza: Rocco, il padre, la vuole dare in sposa ad un altro e non ha compassione del loro amore.&#13;
Le propone così di fuggire insieme, lontano da Lusiana. &#13;
Bettina, rimane titubante alla proposta pensando allo scandalo, al disonore, al dolore del padre per la fuga concordata, ma alla fine il forte sentimento che prova per il giovane appassionato, vince ogni remora e accetta. I due innamorati si accordano perciò di fuggire a mezzanotte del giorno dopo.  Puntuale, Nicoletto allo scoccar della mezzanotte bussa all’uscio di Bettina e quindi, in un pesante silenzio carico di tensione, la coppia si avvia verso un ignoto destino.&#13;
In breve i due fuggiaschi raggiungono Santa Caterina e giù ancora per la valle, quando ad un tratto sentono dei rumori alle loro spalle. -Avanti, avanti, siamo inseguiti! - sussurra Nicoletto mentre il rumore si fa sempre più vicino. L’inseguitore è il padre di Bettina, il quale era stato avvisato da un amico che trovandosi non visto alla fonte, aveva udito l’accordo per la fuga. Rocco e Nicoletto si scontrano a parole, si accalorano e vengono alle mani. Il giovane, più forte e robusto dell’anziano, ha il coltello in mano e dalla rabbia vuole uccidere quell’uomo senza cuore, ma riesce solo a ferirlo. Alla vista del sangue, la collera sbolle e, preso da timore di quello che aveva combinato, Nicoletto si dà alla fuga, abbandonando Bettina, accorsa in aiuto del padre.  A passo veloce arriva trafelato a Crosara, continua per Caribollo, scende a Vallonara. Giunto a Marostica, si dirige verso Bassano; vi arriva che è ormai mezzogiorno e si ferma a mangiare qualcosa. Prosegue poi per Cittadella, Camposampiero, Curtarolo, avendo cura di evitare le strade trafficate, preferendo sentieri tra i campi, dove meno poteva essere notato da eventuali gendarmi. A notte fonda arriva a Padova e si inoltra nella città sconosciuta, vagando incerto e spaesato. I gendarmi di guardia alla città, vedendo questa figura muoversi con fare sospetto, lo credono una spia e, senza por tempo in mezzo, lo arrestano. Dopo qualche giorno conducono il giovane montanaro a Venezia per farlo giudicare dal Doge Nicola Contarini. &#13;
Di fronte alla suprema autorità della Repubblica Veneta Nicoletto racconta le sue sventure. Vedendo la semplicità e l’ingenuità del ragazzo, il Doge crede al resoconto e lo perdona. Notata però la prestanza fisica  del soggetto, lo fa assegnare come vogatore su una galera veneziana, diretta verso Oriente. Dopo giorni di navigazione, l’imbarcazione viene assalita dai pirati, che fanno prigioniero il povero Nicoletto. Ma i pirati si sbarazzano poi di lui, abbandonandolo in seguito in un’isoletta greca, abitata da un eremita. Presso il vecchio isolano, il fuggiasco trova un rifugio, dove può rifocillarsi e sentirsi finalmente al sicuro. Dal suo ospite Nicoletto impara anche a intrecciare delle erbe palustri e con queste confezionare cappelli, utili per riparare il capo dal sole particolarmente cocente di quelle zone.&#13;
Dopo quattro mesi, quando la nostalgia del suo paese e dell’amata si fa sempre più acuta, il ragazzo decide di lasciare il sicuro rifugio e l’eremita che lo aveva accolto con tanta generosità, riuscendo ad imbarcarsi su una imbarcazione diretta a Venezia.&#13;
&#13;
Continua....parte seconda</text>
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              <text>LA LEGGENDA DI BEPPINA E NICOLA DAL SASSO,   DETTI  BETTINA E NICOLETTO – (parte seconda)&#13;
&#13;
Intanto a Lusiana Bettina, ritornata alla casa paterna e ancor più sorvegliata dopo il fallito tentativo di fuga, si strugge per il suo innamorato, del quale non ha più notizie dalla tenebrosa notte della mancata fuga. Ogni giorno, affacciandosi al balcone, spera di vedere Nicoletto ritornare.  Con la segreta speranza che coltiva in cuore, non manca di chiedere a qualche paesano di ritorno dalla pianura, da Bassano o da Thiene, se per caso avesse visto Nicoletto. Le risposte, ahimè negative, le recano soltanto nuove delusioni.&#13;
Mano a mano che passano i giorni la ragazza deperisce sempre più: triste e sconsolata perde i suoi bei colori e il suo radioso sorriso. Il padre, vedendo la situazione della figlia, inizia a rammaricarsi per quanto successo, si pente in cuor suo di averle negato le nozze con Nicoletto e, preso dai rimorsi comincia a frequentare le osterie dove nel vino e nel gioco perde molti soldi. &#13;
Una sera, mentre Bettina e le sue amiche sono nella stalla, intente ognuna al proprio lavoro, ella con l’affanno in corpo, pensando al suo amore, si sente venir meno e si accascia senza forze. Le compagne accorrono per farla rinvenire. Nel trambusto della situazione nessuno fa caso ad un uomo entrato di soppiatto, avvolto in un tabarro e con in capo uno strano cappello. Una donna, accortasi, gli chiede chi sia e, di fronte alla meraviglia e lo stupore dei presenti, lo sconosciuto si rivela. E’ Nicoletto. Nella stalla cala un grande silenzio. Nicoletto si avvicina a Bettina, pronunciando più volte con dolcezza il suo nome. Al suono di quella voce la giovane, aprendo gli occhi, mormora: -Sto sognando o sei proprio tu?-  Dopo un prolungato abbraccio, che sembra non aver più fine, Nicoletto seduto accanto al suo amore ritrovato, racconta ogni cosa con tutti i particolari, dalla sua fuga  fino al ritorno a Lusiana. &#13;
Nel frattempo entra nella stalla Rocco, già mezzo brillo.  Vedendo l’uomo seduto accanto a sua figlia e riconosciutolo, non può trattenere un attimo di stizza. Poi però, con gesto imprevedibile, allarga le braccia, s’avvicina e lo abbraccia. Tra l’incredulità dei presenti, gli dice che Bettina ora poteva diventare sua moglie. La situazione economica però è cambiata, avverte. Ora lui non ha più un soldo, li ha persi tutti frequentando le osterie. Nicoletto, sorpreso, ma fattosi anche più scaltro dopo l’esperienza vissuta, colta la palla al balzo, gli chiede d’impeto: - A quando le nozze? -  Preso in contropiede, Rocco evidentemente alticcio, risponde:&#13;
-A San Martino e la parola è data.- &#13;
Nicoletto, meravigliato del facile consenso ottenuto, ma oltremodo contento di come era stato accolto dal futuro suocero, si avvicina alle donne presenti e dice loro: - Ho imparato da quell’ eremita, che mi ha accolto, l’arte dell’intreccio.  Io vi insegnerò e voi costruirete tanti cappelli, usando gli steli del frumento che qui si coltiva.&#13;
Fu così che in breve tempo Nicoletto riuscì a mantenere la sua promessa. Insegnò agli uomini a coltivare il frumento adatto, ad utilizzarne gli steli per realizzare cappelli di paglia di tante forme e fogge diverse. I paesani trovarono così una fonte di guadagno, che andava ad integrare i proventi derivanti dal lavoro dei campi.  Con quell’attività Nicoletto poté offrire un avvenire sicuro alla sua Bettina. &#13;
E poi… Arrivò finalmente il giorno di San Martino, nel quale Bettina e Nicoletto poterono con il matrimonio coronare il loro amore.  &#13;
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L'idea nasce da Culturit Venezia in occasione della collaborazione per la realizzazione della storia "1887 Altovicentino DOC". Grazie a Isabel Elmi per il coordinamento, a Alice Fraccaro per la proposta grafica e a Marco Piazzolla per i montaggi audio. </text>
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L'idea nasce da Culturit Venezia in occasione della collaborazione per la realizzazione della storia "1887 Altovicentino DOC". Grazie a Isabel Elmi per il coordinamento, a Alice Fraccaro per la proposta grafica e a Marco Piazzolla per i montaggi audio. </text>
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                <text>Almerico da Schio progetta e costruisce l'Italia, il primo dirigibile italiano, che vola per la prima volta nel 1905.</text>
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                <text>Giorgio Evangelisti, Almerico da Schio nel primo centenario del volo del dirigibile Italia, Schio, Comune di Schio, 2005.</text>
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                <text>Archivio Almerico da Schio, pioniere dell'aeronautica  in comodato presso la Biblioteca Civica Renato Bortoli di Schio.</text>
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                  <text>Abbiamo pensato di proporvi storie, come sguardi parlanti, per farvi compagnia nelle passegiate reali o virtuali attraverso il paesaggio vicentino.  &#13;
L'idea nasce da Culturit Venezia in occasione della collaborazione per la realizzazione della storia "1887 Altovicentino DOC". Grazie a Isabel Elmi per il coordinamento, a Alice Fraccaro per la proposta grafica e a Marco Piazzolla per i montaggi audio. </text>
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      <name>Oral History</name>
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              <text>Nel 1406 anche il territorio vicentino dovette sottostare alla volontà della Serenissima Repubblica di Venezia.  La nuova Signora e padrona della zona, dopo alcuni anni che si era insediata, ripristinò le miniere di ferro e di argento de monte Civillina.  La Serenissima aveva bisogno di questi minerali per far fronte alle immense spese che doveva sostenere ogni giorno per combattere i pirati dalmati che attaccavano le navi della novella repubblica. &#13;
Le miniere erano state aperte e sfruttate come racconta una vecchia leggenda anche dagli antichi romani. &#13;
Con la caduta dell'Impero Romano e le invasioni barbariche le rniniere vennero abbandonate. &#13;
Gli anni passarono, e le miniere diventarono nascondiglio e abitazione di briganti e di pastori. &#13;
I briganti che si erano insediati sul monte Civillina, per far sparire le tracce delle loro malefatte, facevano sparire i corpi delle loro vittime, gettandoli nei camini delle antiche miniere abbandonate. &#13;
I primi che incominciarono ad usare il sistema di gettare i corpi delle persone uccise negli anfratti della terra, furono un gruppo di barbari che seguivano le orde di Attila. &#13;
Alla fine alcuni elementi di questi gruppi si stabilirono nella zona. &#13;
Una leggenda ci racconta che Attila, chiamato anche Flagello di Dio, nella sua lunga ritirata per ritornare alla natia terra, passò su queste montagne  seminando terrore e morte. &#13;
Una tribù barbara, che seguiva a debita distanza le orde di Attila, era più furba delle altre, e nello stesso tempo molto più cattiva e sanguinaria. &#13;
Questa tribù aspettava che le tribù di Attila se ne fossero andate per poi a sua volta rubare e distruggere quelle poche cose che si erano salvate. &#13;
Prima di andarsene queste belve umane raccoglievano tutti i corpi dei morti e dei feriti, li accatastavano su di un pianoro e quivi li bruciavano. &#13;
Si vedevano allora scene raccapriccianti, e si udivano urla spaventose. I cadaveri che si muovevano, gemiti e gemiti a non finire: era veramente una cosa dell' altro mondo. &#13;
Sul monte Civillina, le barbare genti iniziarono il macabro rituale di gettare negli antri sotterranei che si trovavano nelle pendici del monte i corpi dei morti e dei feriti che non potevano seguirli. &#13;
Tutte queste cose rimasero impresse a fuoco nella memoria delle &#13;
persone, che ebbero la fortuna di salvarsi, ed inseguito tramandate ai posteri. &#13;
Nelle lunghe notti invernali, quando il vento fischiava, o un forte &#13;
temporale imperversava sulla zona, sembrava che dalle viscere della terra uscissero dei lamenti, e questo faceva rabbrividire anche gli uomini più coraggiosi, che passavano per quei luoghi. &#13;
Le voci portate dal vento incutevano paura a tutte le persone che le udivano. Costoro cercavano di allontanarsi il più presto possibile da quella zona maledetta, facendosi il segno della croce, e raccomandandosi al buon Dio. &#13;
Erano voci che provenivano dall'oltre tomba, voci che invocavano &#13;
aiuto, e chiedevano per l'amor di Dio un sorso d'acqua. &#13;
Con il passare degli anni, ai piedi del monte Civillina si erano stabiliti alcuni carbonari, popolazione venuta dal nord. &#13;
Ben presto a questi primi abitanti se ne aggiunsero degli altri; ora vi erano numerose famiglie che abitavano nella zona, e nel frattempo gli anni passavano. &#13;
La nuova padrona di queste terre, Venezia aveva bisogno di ferro, argento e di legname. Le miniere del monte Civillina tornarono in auge. &#13;
La Repubblica del Leone aveva bisogno di tutti i prodotti che si potevano estrarre dal monte; l'arsenale e le officine di Venezia avevano gran necessità di tutto. &#13;
Dopo che gli esperti ebbero fatto un sopraluogo, la regina dell' Adriatico decise di ripristinare le antiche miriiere, mandando a lavorare i prigionieri che aveva catturato durante le tante battaglie combattute sia per terra, sia per mare. &#13;
Quivi giunti, i nuovi minatori sistemarono le poche cose che avevano in un capanno; dopo di che iniziarono a ripristinare le gallerie in cui dovevano lavorare. &#13;
I nuovi arrivati erano sorvegliati a vista da sentinelle, le quali avevano l'ordine di uccidere tutti i prigionieri che tentassero la fuga. I novelli minatori si adeguarono ben presto a questa situazione.  Dopo il lavoro avevano anche delle ore libere, in cui potevano fare tutto ciò che volevano. &#13;
L'unica restrizione era quella di non uscire dal campo, pena la morte. &#13;
Le sentinelle messe a vigilare avevano l'ordine di chiamare una sola volta il prigioniero che tentava la fuga, e poi di ammazzarlo, per dare un esempio agli altri prigionieri. &#13;
Erano trascorsi alcuni mesi, da quando le miniere del Civillina erano entrate in produzione, che, all'improvviso, accade una cosa insolita, che nessuno avrebbe immaginato. &#13;
Un bel mattino, all'appello mancavano tre prigionieri; nessuno non aveva udito e veduto nulla. &#13;
I tre prigionieri mancavano. Che cosa era accaduto? &#13;
Tre prigionieri erano spariti. &#13;
Il comandante del campo, nell'udire la notizia, andò su tutte le furie, e minacciò di morte per impiccagione le sentinelle che erano in servizio quella notte. &#13;
A queste parole, anche fra i soldati incominciò a circolare la paura, poiché sapevano che il comandante era un uomo cattivo, che quando diceva una cosa, prima o poi la manteneva. &#13;
Se non venivano ritrovati i fuggitivi, per le sentinelle poteva finire &#13;
molto male. &#13;
Tutti rimasero senza parole; una condanna a morte per la fuga dei tre prigionieri era una cosa che nessuno avrebbe mai immaginato. &#13;
Conoscendo il comandante, le sentinelle erano sicure che egli avrebbe mantenuto la promessa. Alla fine, dopo che le ricerche fatte nel campo e nelle sue vicinanze non diedero risultati, il comandante spedì due pattuglie nella valle alla ricerca dei fuggitivi. &#13;
Per punizione ordinò che fosse dimezzata la razione quotidiana, fino a quando gli evasi non fossero stati ritrovati e condotti al campo. &#13;
Le due pattuglie lasciarono il campo al passo di corsa; il comandante era infuriato, la sua voce lanciava improperi a destra e a sinistra, e ciò non lasciava presagire nulla di buono. &#13;
Per quanto le pattuglie battessero la zona in lungo e in largo, alla fine dovettero ritornare alla base con le pive nel sacco. &#13;
I fuggitivi erano introvabili. Erano svaniti nel nulla. &#13;
Dopo una breve sosta al campo il comandante rispedì le pattuglie nuovamente alla ricerca dei fuggitivi, e contemporaneamente ne aggiunsero altre due.&#13;
Il comandante, diventato una belva intrattabile, urlava e gridava &#13;
come un forsennato; non voleva sentire ragione. Se non avesse trovato i fuggitivi, egli avrebbe perduto il grande prestigio, di cui godeva nella città del veneto leone. &#13;
La rabbia e la disperazione trasparivano dal suo volto; era in pochi &#13;
istanti diventato cianotico. La paura di perdere il prestigio che aveva a Venezia lo faceva fremere, nello stesso tempo era diventato nevrastenico; non ragionava più, e non voleva sentire nessun consiglio dai suoi aiutanti in campo. &#13;
A notte inoltrata rientrarono le pattuglie; avevano perlustrato la zona inutilmente per tutta la giornata; i fuggiaschi erano introvabili. Il loro arrivo a mani vuote fece imbestialire ancora di più il comandante, il quale si mise a gridare come un ossesso. &#13;
La fuga dei tre prigionieri, secondo la mentalità del tempo, valeva &#13;
la sua fine. &#13;
Il giorno successivo ricominciarono nuovamente le ricerche; per quanto cercassero e chiedessero, nessuno aveva visto passare i tre fuggitivi. &#13;
Era veramente un mistero! &#13;
Una fantastica idea balenò per la testa del comandante: forse, come si dice, poteva salvare capra e cavoli. &#13;
Il rapporto che il comandante scrisse, anche se un po' era inventato, per una parte diceva il vero. &#13;
I tre fuggitivi, secondo il rapporto, erano precipitati in un camino &#13;
di una galleria che stavano scavando, ed avevano finito la loro vita di stenti nelle viscere della terra. &#13;
Dopo questo rapporto inviato a Venezia, fra i prigionieri incominciò a circolare la leggenda dei fantasmi della miniera. &#13;
Sia durante le giornate ventose, che in questa zona sono molto frequenti, sia nelle lunghe e fredde notti invernali, quando il vento fischia dentro le oscure e buie volte delle gallerie, si creava immediatamente un'atmosfera da brivido. &#13;
Sembrava che dalle viscere del monte uscisse un'infinità di uomini, che ridevano e si rincorrevano. &#13;
I lugubri e lamentosi suoni che uscivano dalle gallerie erano una &#13;
cosa veramente spaventosa che faceva fremere e rabbrividire anche il cuore più imbruttito e duro. &#13;
Mentre nelle notti di luna piena sembrava di vedere emergere dalla montagna tre figure con dei candidi mantelli, che si posizionavano sulla cima del monte, di modo che tutti li potessero vedere. &#13;
La storia, o meglio la leggenda dei fantasmi della miniera, veniva &#13;
raccontata molti anni fa, quando nelle case non vi erano né giornali, né televisione.  </text>
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                <text>Le miniere del Monte Civillina sono state utilizzate fin dall'epoca romana a scopi estrattivi ma nel tempo sono diventate...luoghi di mistero.</text>
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                <text>rilettura di un racconto tratto dal volume: Luigi bertò - Le più belle storie della Valle dell'Agno, Tip. Danzo Cornedo Vicentino (VI), 2008, pag. 126</text>
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L'idea nasce da Culturit Venezia in occasione della collaborazione per la realizzazione della storia "1887 Altovicentino DOC". Grazie a Isabel Elmi per il coordinamento, a Alice Fraccaro per la proposta grafica e a Marco Piazzolla per i montaggi audio. </text>
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L'idea nasce da Culturit Venezia in occasione della collaborazione per la realizzazione della storia "1887 Altovicentino DOC". Grazie a Isabel Elmi per il coordinamento, a Alice Fraccaro per la proposta grafica e a Marco Piazzolla per i montaggi audio. </text>
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                  <text>Abbiamo pensato di proporvi storie, come sguardi parlanti, per farvi compagnia nelle passegiate reali o virtuali attraverso il paesaggio vicentino.  &#13;
L'idea nasce da Culturit Venezia in occasione della collaborazione per la realizzazione della storia "1887 Altovicentino DOC". Grazie a Isabel Elmi per il coordinamento, a Alice Fraccaro per la proposta grafica e a Marco Piazzolla per i montaggi audio. </text>
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              <text>La leggenda della Valle del Boia A un centinaio di metri dalla Chiesa di Campotamaso, nel comune di Valdagno, verso ovest, prima di imboccare il ponte "austriaco” si può notare una stradina scendere ripida per qualche metro e costeggiare un torrentello. Già dopo le prime cascatelle del piccolo corso d'acqua ci si trova circondati da ripidi boschi e dirupi. Subito si avverte la sensazione di lasciare il mondo reale per inoltrarsi verso quello magico delle fiabe per esplorare la Valle del Boia. Questo luogo prese il nome da un oscuro personaggio e da un tragico avvenimento che si dice sia accaduto fra questi boschi e il torrente che ne lambisce i piedi. Poco discosta dal rivo d'acqua viveva una famigliola composta da marito, moglie e un bambino di nome Mattia familiarmente chiamato Mat. La madre un giorno si ammalò. Denaro per curarla non ce n'era medicine neppure. Si cercò rimedio con delle erbe medicamentose, ma purtroppo la febbre non accennava a diminuire. Il povero uomo, non sapeva più cosa fare. Conosceva poco le persone delle contrade vicine in quanto forestiero. Gli abitanti del vicino paesetto dicevano che in quella famiglia si "s-ciauscava e si faceva un 'todescamento bestia”. Anche per questo motivo non c'era comunicazione. In una notte, divorata dalla febbre e in balia del delirio, la donna spirò tra le braccia del marito con accanto il bimbo che piangeva. Il pover'uomo dopo la disgrazia si diede un gran da fare per assicurare a se e al figlio un minimo di sostentamento. Si dice fosse molto bravo nella lavorazione del legno. La gente partiva anche da lontano per acquistare i suoi utensili da lavoro e per la casa. Egli era assai poco esigente e in cambio chiedeva dell’altra merce. Qualcuno disse esercitasse una qualche attività mineraria. E poi tagliava la legna dei boschi che all'epoca erano molto folti. Una parte serviva anche per fare il carbone. Allevava qualche pecora e qualche capra e altri animali da cortile. Si diceva fosse un uomo fortissimo, instancabile, rude e con una barba incolta. Forse buono in fondo all'animo, ma non particolarmente portato per i rapporti con gli altri. I bambini delle contrade lo evitavano. L'unica consolazione rimastagli era il ragazzo, che ormai si stava facendo uomo. Timoroso di perderlo cercava di tenerlo il più possibile lontano dalle case, dai paesi, dalla gente. Come e forse più del padre il giovane aveva difficoltà nel comunicare a causa proprio di tale isolamento. Si dice che questi individui si intendevano maggiormente con la gente dei monti. Ma un po' alla volta il figlio contro il volere del padre incominciò ad allontanarsi dai luoghi abituali girovagando, per quanto gli era possibile alla ricerca di comunicazione con altri suoi simili. Una sera, tornato a casa dopo essere stato lontano tutto il giorno trovò il padre in preda all'ira. Il genitore gli chiese di rendergli conto di quella prolungata assenza. Il giovane raccontò di essersi recato lontano, e di aver visto prima il Castello e poi Castelvecchio. Da quelle alture aveva potuto osservare vallate, torrenti e pianure e aggiunse: "Sapessi  quanto è grande il mondo!" Per tutta risposta il vecchio scaricò la sua ira picchiando il figlio. Era ossessionato all'idea di perderlo. Tuttavia da quel giorno decise di portarselo assieme nelle poche occasioni in cui si doveva recare a valle per vendere e acquistare il necessario alla famiglia. Quando poi compì 18 anni il padre decise di mandare lui in pianura per vendere la mercanzia da lui prodotta.&#13;
Il figlio ascoltò le raccomandazioni e i suggerimenti del genitore, poi s'incamminò soddisfatto con il suo&#13;
fardello sulle spalle. All'imbrunire non vedendolo arrivare, il vecchio incominciò a preoccuparsi. Quando fu calata la sera, era al colmo dell'agitazione e dell'ira. Quando sarebbe tornato gliela avrebbe fatta pagare cara. Durante la notte la rabbia sbollì e fece posto alla preoccupazione. Forse poteva essere successo qualche cosa di grave a Mat. E se avesse trovato una tezza o un fienile ad ospitarlo durante la notte, pensava. Aveva fatto tardi perché aveva voluto vendere tutto, forse aveva fatto affari nella speranza che il padre fosse stato fiero di lui. Tra ansie, preoccupazioni e simili pensieri, il vecchio trascorse la notte. All'alba come sempre era già al lavoro, ma il pensiero rimaneva costantemente rivolto al suo Mat. A mezzogiorno rinchiusi tutti gli animali nella stalla partì. Non poteva più aspettare. Doveva trovare suo figlio. Vagò a lungo chiedendo notizie ovunque di Mat. Qualcuno disse di averlo visto e qualche altro aggiunse che aveva venduto tutto. Dopo qualche giorno di inutili ricerche il vecchio perse le ultime speranze di ritrovarlo. S'incamminò verso la sua valle: era sporco, stanco, aveva la barba lunga e gli occhi allucinati per lo sfinimento e la disperazione. Una prima nebbia di pazzia stava avvolgendo il suo cervello. In quel sofferto ritorno, dopo aver oltrepassato alcune case, scorse, poco oltre un piccolo capitello, un cumulo di sassi e sopra di esso una rustica croce, senza alcuna scritta. Vicino ad esso una vecchietta biascicava qualche preghiera e alcuni bambini giocavano. Il vecchio con un filo di voce chiese qualcosa alla donna, la vecchietta raccontò che da qualche giorno lì' sotto era sepolto un bel giovane dall' apparente età di 20 anni, aveva capelli lunghi, occhi azzurri ma un po' mal vestito. Era stato assalito da alcuni briganti che volevano derubarlo, ma poiché non riuscivano a toglierli il denaro, lo avevano colpito ripetutamente con un bastone. Abbandonatolo esanime a terra, erano fuggiti con i soldi. Il vecchio ebbe un sussulto, fece qualche altra domanda, sull'aspetto fisico del ragazzo ucciso, poi fu sicuro ... Emise un urlo disumano così forte da far rimbombare i monti. Accanto a un casolare tra un mucchio di legna scorse una scure. La pazzia lo stava divorando. Raccolse l'utensile e cominciò a vibrare colpi forsennati a quanti incontrava lungo il suo cammino, quel giorno seminò morte. Poi si ritirò nella sua valle, dove continuò ad ammazzare quanti incautamente lo avvicinavano. Durante una notte di lampi e tuoni, tra urla che facevano eco in tutta la valle, il povero disgraziato si accasciò esanime invocando per l'ultima volta il nome del suo Mat. C’è ancora un sasso nero in mezzo alla Valle e la leggenda dice che quello fu il guanciale della sua ultima ora. C’è un albero solo vicino a quel masso, perché gli altri morirono tutti con lui.</text>
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                <text>La leggenda della Val del Boia raccontata da Bernardetta Pallozzi</text>
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                <text>Ci sono luoghi senza nome e luoghi che hanno nomi davvero singolari. Questa storia vi racconta l'origine del toponimo di una valle della pedemontana veneta. </text>
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