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                  <text>Abbiamo pensato di proporvi storie, come sguardi parlanti, per farvi compagnia nelle passegiate reali o virtuali attraverso il paesaggio vicentino.  &#13;
L'idea nasce da Culturit Venezia in occasione della collaborazione per la realizzazione della storia "1887 Altovicentino DOC". Grazie a Isabel Elmi per il coordinamento, a Alice Fraccaro per la proposta grafica e a Marco Piazzolla per i montaggi audio. </text>
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              <text>Io mi chiamo Maddalena e sono una filandiera. Ho quasi vent’anni e sono nata sotto le bombe della prima guerra mondiale. Oggi è domenica e la filanda è chiusa. Ne approfittavo per star di sopra a cucirmi un abito nuovo. Ma son felice di vedere gente e di parlarvi un po’ di me. Perché sono qui di domenica? Io abito lontano e resto qui a convitto, torno a casa ogni due settimane. C’è un gran silenzio oggi, ma se ripassate domani mattina, magari sul presto, sentirete arrivare le filandiere che abitano a Malo o nelle frazioni. Cantano, chiacchierano e arriva tutto un rumore di zoccoli, ma se parte la sirena che chiama al lavoro, allora senti un frusciare di piedi nudi che corrono e corrono, veloci come uno stormo di uccelli che si alza in volo. Non si può arrivare tardi in filanda.&#13;
Eh, sì, gli zoccoli….Sono sicura che voi pensate che gli zoccoli siano scomodi. Per me che sono una ragazza in cerca di marito, direi invece che non sono tanto belli e non è che mi facciano fare una bella figura. Però sono economici, per niente scomodi e salutari. I pavimenti della filanda sono sempre bagnati a causa del vapore delle bacinelle e il legno degli zoccoli mi isola bene i piedi.&#13;
Il mio lavoro domani comincia presto, sapete, alle 7 della mattina, e prosegue senza pause fino a mezzogiorno. Mai alzare la testa, mai partire con i propri pensieri; il direttore e l’assistente girano di continuo e si lamentano se non siamo veloci. Neanche parlare con le vicine si può, e se cantiamo, e qualche volta lo facciamo per tirarci un po’ su, rischiamo di farli arrabbiare.&#13;
Da mezzogiorno all’una abbiamo la pausa per il pranzo. Le altre ragazze mangiano quello che si sono portate da casa; io mi sono cucinata qualche patata e ho comprato del formaggio. Una famiglia di Malo mi ha anche regalato della frutta, così risparmio il mio guadagno. Il pomeriggio è lungo da passare. A volte finiamo il lavoro alle 18.00, a volte un’ora più tardi. Se tutto è andato bene durante la giornata, dormo serena, ma mi è capitato anche di prendere qualche brutto rimprovero e qualche multa perché il lavoro secondo l’assistente non era fatto bene; una volta hanno perfino minacciato di licenziarmi. Non sapevo se chiamare i miei genitori per farmi venire a prendere; alla fine mi hanno tenuta, così non l’ho neanche detto a casa e non ho fatto preoccupare nessuno.&#13;
Stasera con le altre foreste che rientreranno prepareremo un piatto di minestra. Poi continuerò a cucire il mio vestito mentre ciacoleremo sulle ultime novità.&#13;
Io, sapete, ho cominciato a lavorare in filanda a 12 anni, ma mia nonna mi ha raccontato che lei all’età di nove già aveva le mani in acqua ed era a servizio delle più grandi. Lo so, come lavoro non è dei più sani e forse sarebbe stato meglio iniziare a 15 anni, come dice la legge. Ma se a casa i soldi non bastano mai, e se voglio mettere qualcosa da parte per quando mi sposerò, cos’altro posso fare?&#13;
Anche quando non sto tanto bene, lavoro lo stesso. Il caldo, l’umidità, l’acqua quasi bollente a contatto con le mani e stare ferma, per 12 ore nella stessa posizione, non è proprio facile, ma va ancor peggio a quelle donne che continuano a lavorare anche se aspettano un bambino, e fino agli ultimi giorni prima del parto. &#13;
Io sono stata fortunata a trovar posto qui; mi hanno detto che in altre filande il direttore, ma anche l’assistente, arrivano ad alzare le mani. Pazienza se ti arriva un colpo di bacchetta dall’assistente perché chiacchieri, ne ho presi anch’io, ma ti può capitare anche qualche schiaffo e questo proprio non lo manderei giù. Ancor peggio è quando hai a che fare con dei direttori che fanno i furbetti e che non sai più come tenerli lontani perché hai paura di perdere il posto. Magari a volte ci caschi, ti innamori e poi perdi il posto lo stesso perché finito il divertimento sono tante le ragazze che cercano di entrare in filanda…&#13;
Beh, non voglio pensarci e non voglio chiamare disgrazie.&#13;
Vi canto piuttosto una canzone …&#13;
Se non ci conoscete&#13;
Le mani ci guardate&#13;
Noi siam le filandiere&#13;
A Malo tutte nate…..&#13;
&#13;
Adesso torno dentro altrimenti non finisco più il mio vestito nuovo. Auguratemi di trovare un marito, valà, un marito pien de schei, così starò a casa a crescere i nostri figli ……e addio filanda!&#13;
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                <text>Maddalena, personaggio inventato, ma verosimile, ci fa partecipi di alcuni aspetti del suo lavoro e della sua quotidianità in qualità di filandiera proveniente da un'altra provincia.&#13;
Maddalena potrebbe chiamarsi anche Italia, Carlotta, Luisa, Caterina....</text>
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La sua presenza è ancora viva e capace di sollecitare emozioni che si traducono in immagini poetiche.</text>
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                  <text>Abbiamo pensato di proporvi storie, come sguardi parlanti, per farvi compagnia nelle passegiate reali o virtuali attraverso il paesaggio vicentino.  &#13;
L'idea nasce da Culturit Venezia in occasione della collaborazione per la realizzazione della storia "1887 Altovicentino DOC". Grazie a Isabel Elmi per il coordinamento, a Alice Fraccaro per la proposta grafica e a Marco Piazzolla per i montaggi audio. </text>
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              <text>La leggenda della Valle del Boia A un centinaio di metri dalla Chiesa di Campotamaso, nel comune di Valdagno, verso ovest, prima di imboccare il ponte "austriaco” si può notare una stradina scendere ripida per qualche metro e costeggiare un torrentello. Già dopo le prime cascatelle del piccolo corso d'acqua ci si trova circondati da ripidi boschi e dirupi. Subito si avverte la sensazione di lasciare il mondo reale per inoltrarsi verso quello magico delle fiabe per esplorare la Valle del Boia. Questo luogo prese il nome da un oscuro personaggio e da un tragico avvenimento che si dice sia accaduto fra questi boschi e il torrente che ne lambisce i piedi. Poco discosta dal rivo d'acqua viveva una famigliola composta da marito, moglie e un bambino di nome Mattia familiarmente chiamato Mat. La madre un giorno si ammalò. Denaro per curarla non ce n'era medicine neppure. Si cercò rimedio con delle erbe medicamentose, ma purtroppo la febbre non accennava a diminuire. Il povero uomo, non sapeva più cosa fare. Conosceva poco le persone delle contrade vicine in quanto forestiero. Gli abitanti del vicino paesetto dicevano che in quella famiglia si "s-ciauscava e si faceva un 'todescamento bestia”. Anche per questo motivo non c'era comunicazione. In una notte, divorata dalla febbre e in balia del delirio, la donna spirò tra le braccia del marito con accanto il bimbo che piangeva. Il pover'uomo dopo la disgrazia si diede un gran da fare per assicurare a se e al figlio un minimo di sostentamento. Si dice fosse molto bravo nella lavorazione del legno. La gente partiva anche da lontano per acquistare i suoi utensili da lavoro e per la casa. Egli era assai poco esigente e in cambio chiedeva dell’altra merce. Qualcuno disse esercitasse una qualche attività mineraria. E poi tagliava la legna dei boschi che all'epoca erano molto folti. Una parte serviva anche per fare il carbone. Allevava qualche pecora e qualche capra e altri animali da cortile. Si diceva fosse un uomo fortissimo, instancabile, rude e con una barba incolta. Forse buono in fondo all'animo, ma non particolarmente portato per i rapporti con gli altri. I bambini delle contrade lo evitavano. L'unica consolazione rimastagli era il ragazzo, che ormai si stava facendo uomo. Timoroso di perderlo cercava di tenerlo il più possibile lontano dalle case, dai paesi, dalla gente. Come e forse più del padre il giovane aveva difficoltà nel comunicare a causa proprio di tale isolamento. Si dice che questi individui si intendevano maggiormente con la gente dei monti. Ma un po' alla volta il figlio contro il volere del padre incominciò ad allontanarsi dai luoghi abituali girovagando, per quanto gli era possibile alla ricerca di comunicazione con altri suoi simili. Una sera, tornato a casa dopo essere stato lontano tutto il giorno trovò il padre in preda all'ira. Il genitore gli chiese di rendergli conto di quella prolungata assenza. Il giovane raccontò di essersi recato lontano, e di aver visto prima il Castello e poi Castelvecchio. Da quelle alture aveva potuto osservare vallate, torrenti e pianure e aggiunse: "Sapessi  quanto è grande il mondo!" Per tutta risposta il vecchio scaricò la sua ira picchiando il figlio. Era ossessionato all'idea di perderlo. Tuttavia da quel giorno decise di portarselo assieme nelle poche occasioni in cui si doveva recare a valle per vendere e acquistare il necessario alla famiglia. Quando poi compì 18 anni il padre decise di mandare lui in pianura per vendere la mercanzia da lui prodotta.&#13;
Il figlio ascoltò le raccomandazioni e i suggerimenti del genitore, poi s'incamminò soddisfatto con il suo&#13;
fardello sulle spalle. All'imbrunire non vedendolo arrivare, il vecchio incominciò a preoccuparsi. Quando fu calata la sera, era al colmo dell'agitazione e dell'ira. Quando sarebbe tornato gliela avrebbe fatta pagare cara. Durante la notte la rabbia sbollì e fece posto alla preoccupazione. Forse poteva essere successo qualche cosa di grave a Mat. E se avesse trovato una tezza o un fienile ad ospitarlo durante la notte, pensava. Aveva fatto tardi perché aveva voluto vendere tutto, forse aveva fatto affari nella speranza che il padre fosse stato fiero di lui. Tra ansie, preoccupazioni e simili pensieri, il vecchio trascorse la notte. All'alba come sempre era già al lavoro, ma il pensiero rimaneva costantemente rivolto al suo Mat. A mezzogiorno rinchiusi tutti gli animali nella stalla partì. Non poteva più aspettare. Doveva trovare suo figlio. Vagò a lungo chiedendo notizie ovunque di Mat. Qualcuno disse di averlo visto e qualche altro aggiunse che aveva venduto tutto. Dopo qualche giorno di inutili ricerche il vecchio perse le ultime speranze di ritrovarlo. S'incamminò verso la sua valle: era sporco, stanco, aveva la barba lunga e gli occhi allucinati per lo sfinimento e la disperazione. Una prima nebbia di pazzia stava avvolgendo il suo cervello. In quel sofferto ritorno, dopo aver oltrepassato alcune case, scorse, poco oltre un piccolo capitello, un cumulo di sassi e sopra di esso una rustica croce, senza alcuna scritta. Vicino ad esso una vecchietta biascicava qualche preghiera e alcuni bambini giocavano. Il vecchio con un filo di voce chiese qualcosa alla donna, la vecchietta raccontò che da qualche giorno lì' sotto era sepolto un bel giovane dall' apparente età di 20 anni, aveva capelli lunghi, occhi azzurri ma un po' mal vestito. Era stato assalito da alcuni briganti che volevano derubarlo, ma poiché non riuscivano a toglierli il denaro, lo avevano colpito ripetutamente con un bastone. Abbandonatolo esanime a terra, erano fuggiti con i soldi. Il vecchio ebbe un sussulto, fece qualche altra domanda, sull'aspetto fisico del ragazzo ucciso, poi fu sicuro ... Emise un urlo disumano così forte da far rimbombare i monti. Accanto a un casolare tra un mucchio di legna scorse una scure. La pazzia lo stava divorando. Raccolse l'utensile e cominciò a vibrare colpi forsennati a quanti incontrava lungo il suo cammino, quel giorno seminò morte. Poi si ritirò nella sua valle, dove continuò ad ammazzare quanti incautamente lo avvicinavano. Durante una notte di lampi e tuoni, tra urla che facevano eco in tutta la valle, il povero disgraziato si accasciò esanime invocando per l'ultima volta il nome del suo Mat. C’è ancora un sasso nero in mezzo alla Valle e la leggenda dice che quello fu il guanciale della sua ultima ora. C’è un albero solo vicino a quel masso, perché gli altri morirono tutti con lui.</text>
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                <text>La leggenda della Val del Boia raccontata da Bernardetta Pallozzi</text>
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                <text>Ci sono luoghi senza nome e luoghi che hanno nomi davvero singolari. Questa storia vi racconta l'origine del toponimo di una valle della pedemontana veneta. </text>
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